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Paragrafo 2 . I rapporti politici.

     
I  rapporti tra le varie forze politiche subivano la pesante influenza
dei  tre  partiti di massa: la democrazia cristiana (DC),  il  partito
comunista  italiano (PCI) e il partito socialista  italiano  di  unit
proletaria  (PSIUP).  Essi, infatti, erano gli  unici  a  disporre  di
un'organizzazione  a  carattere  nazionale;  le  due   formazioni   di
sinistra,  inoltre,  avevano  aumentato  sensibilmente  la  loro  base
elettorale  nel  corso della Resistenza, collegando la  lotta  per  la
liberazione  dal  nazifascismo all'attesa di  un'evoluzione  in  senso
democratico  delle  istituzioni  e  della  vita  civile,   mentre   la
democrazia    cristiana   raccoglieva   i   consensi   dell'elettorato
conservatore  e  moderato,  che vedeva in quel  partito  una  garanzia
contro trasformazioni economiche e politiche troppo avanzate.
     La  democrazia cristiana pot rafforzare progressivamente il  suo
peso  politico,  grazie  a  vari fattori: un'ampia  e  composita  base
sociale, che si estendeva dagli strati popolari, specialmente  rurali,
al ceto medio, al capitalismo finanziario e industriale; un'efficiente
organizzazione, che si avvaleva di dirigenti gi formati culturalmente
e  politicamente,  in quanto provenienti in gran parte  dai  movimenti
cattolici,  rimasti attivi sotto il regime fascista; il  sostegno  del
Vaticano,   delle   gerarchie  ecclesiastiche,  delle   organizzazioni
cattoliche  e  della potente confederazione nazionale dei  coltivatori
diretti; l'appoggio degli Stati Uniti d'America.
     All'interno  del  PSIUP  esistevano  due  correnti:   quella   di
orientamento massimalista, che faceva capo a Pietro Nenni,  favorevole
al  mantenimento degli stretti rapporti instaurati col PCI durante  la
Resistenza,  e  quella  riformista, guidata da Giuseppe  Saragat,  che
riteneva necessaria l'autonomia.
     Il  partito  comunista  continuava a seguire  la  linea  moderata
avviata dal suo segretario Palmiro Togliatti nell'aprile del 1944  con
la cosiddetta
     
     p 184 .
     
     "svolta    di   Salerno"   (vedi   capitolo   Dieci,    paragrafo
13).  Abbandonando  la  prospettiva  rivoluzionaria,  esso  mirava  ad
estendere la sua base sociale dalle masse operaie a quelle contadine e
al  ceto medio, e si poneva come obiettivo l'inserimento attivo  nelle
istituzioni dello stato, per promuovere riforme che consolidassero  la
democrazia e realizzassero una maggiore giustizia economica e sociale.
     Tutte  le  altre  forze politiche avevano una  consistenza  assai
minore.  Il  partito  d'azione, che era  stato  fondato  nel  1942  da
intellettuali di vario orientamento impegnati nella lotta  clandestina
contro  il  regime  fascista, durante la Resistenza aveva  offerto  un
contributo determinante con le sue formazioni militari, che per entit
numerica  erano  seconde solo a quelle del PCI. Terminata  la  guerra,
privo  di una diffusa base di massa e indebolito dai contrasti tra  la
componente  liberaldemocratica e quella filosocialista, entr  in  una
crisi,  che  lo  port  ad  una scissione nel  1946  e  al  definitivo
scioglimento nel 1947.
     Il  partito  repubblicano si distingueva per la sua intransigenza
antimonarchica, tanto che, pur avendo partecipato alla Resistenza, non
era entrato a far parte del CLN, per non scendere a compromessi con la
monarchia.
     Il  partito  liberale,  nel  quale, terminata  la  guerra,  erano
affluiti   numerosi   esponenti   della   vecchia   classe   dirigente
prefascista,  si schier su posizioni conservatrici, a sostegno  degli
interessi  della  ricca borghesia imprenditoriale  e  dei  proprietari
terrieri.  Avr  un peso elettorale alquanto ridotto,  a  causa  anche
della  confluenza dei voti conservatori e moderati verso  la  DC;  ma,
alleandosi  con  quest'ultima,  eserciter  un'influenza  determinante
sulla politica economica.
     Le  forze conservatrici di destra, dopo uno sbandamento iniziale,
si  riaggregarono, accomunate dall'ostilit nei confronti della  nuova
classe  politica  e  dal  desiderio di pagare  le  minori  conseguenze
possibili  per  la  loro  compromissione col fascismo.  Tra  le  varie
formazioni  politiche,  si distinse il "fronte  dell'uomo  qualunque".
Fondato  nel  novembre del 1945 dal commediografo Guglielmo  Giannini,
esso  raccolse un notevole consenso soprattutto presso  la  piccola  e
media   borghesia  scarsamente  politicizzate  e  scontente   per   la
situazione  economica e politica, ma sensibili ai  temi  tipici  della
propaganda  qualunquista:  la semplicistica condanna  della  politica;
l'accesa  polemica nei confronti degli ideali della Resistenza  e  dei
partiti  del  CLN; la paura del socialismo, alimentata dalla  iniziale
collaborazione  tra DC e partiti di sinistra. Dopo i  primi  clamorosi
successi  elettorali,  tuttavia  scomparve  rapidamente  dalla   scena
politica.
     Sin  dai primi mesi del dopoguerra si erano formati anche  gruppi
neofascisti  pi o meno clandestini, che, non potendo ricostituire  un
partito,   avevano  in  gran  parte  sostenuto  il  fronte   dell'uomo
qualunque. Nel dicembre 1946, attenuatasi la tensione politica, i vari
gruppi  che  si  richiamavano all'esperienza fascista,  formeranno  un
partito unico col nome di movimento sociale italiano (MSI).
     L'Italia,  nonostante  la  cobelligeranza  e  la  Resistenza,  fu
considerata   paese  sconfitto  e,  in  seguito  all'andamento   delle
operazioni  belliche  e agli accordi tra gli alleati,  inserita  nella
zona   d'influenza   anglo-americana.  All'interno   di   quest'ultima
assumeranno  un  peso determinante gli Stati Uniti  d'America,  i  cui
orientamenti incideranno notevolmente sulla politica interna ed estera
del nostro paese.
